martedì 7 settembre 2010

La leggenda dei 4 pellegrini - 3

L’alba nacque come un bambino, e le stelle, scomparendo, lasciarono il letto alla culla della notte, per il levarsi luminoso del giorno. Con grande e repentina maestosità si alzarono di scatto i cavalli, e poi i muli, cercando di imitarli.
Nessuno sembrò essere stato tirato a forza dal suo letto, come un bambino non voluto, nessuno fu rimesso al mondo se non per il suo quotidiano risveglio. Né i servi, né nessun animale, perché tutto era un corpo unito, ogni ingranaggio di ogni carro era l’integra carovana che serviva al viaggio. I pochi e grandi uccelli notturni rimasti sui loro alberi a vegliare il territorio da quell’improvviso assalto di carovana, si sgranchirono le ali, e fecero dei piccoli salti sui loro rami massicci, come a voler significare che di quel risveglio erano anch’essi consapevoli di un mondo, uguali di una stessa specie, anche se di diversi costumi. Ed i suoni che emisero furono solo fra di loro, come a riconoscersi un linguaggio, come a voler capire. Quei pochi che in seguito seguirono la carovana, per curiosità o per piacere, nella foresta, impararono altri modi di stare tra gli altri o di fare l’amore.
E li provarono.
Bisogna dire però, a cronaca del vero, che i muli erano già lì prima, con il loro carico di pesi, come il destino di quegli uomini il cui viaggio non conosce spiegazioni o chiarificazioni, né semplicemente di sapere dove stanno andando e in che modo, e né la direzione o la ragione. E i muli, come sovente accade, con occhi accecati su muri di calce viva, tenuti lì legati alla pioggia o a sole, come al muro di una cella in attesa di una sentenza, a scuotere orecchi e calci e code, incompassionabili ai pochi che passando vi prestano attenzione, dopo essere tornati da infinite volte nelle piazze dei paesi, a quell’ora sempre deserti, come un carosello di giostre a rottamare ,ad occhi bassi, portandosi sulle groppe tutto il peso dei tramonti, e di altrettanto infiniti ritorni da monti misteriosi, per loro sempre rimasti indecifrabili e muti, i muli erano già, ancora prima della prima luce in piazza. I loro passi sono stati ferite non dette, non pronunciate, perché la loro lingua non era comprensibile, né suono melodioso da potersi ripetere. Mentre i cavalli, come già detto, erano nel pieno impeto del mattino, svegliati a forza per le criniere, aizzati a mordere il freno e a scalpitare e a mostrarsi fieri e di essere loro quelle cavalcature dei cavalieri, e benchè sempre animali e rispetto agli uomini sempre sottomessi, ma animali nobili, il che a volte fa sembrare certa specie di uomini, anch’essi sottomessi e ruffiani, una specie a loro uguale e, se pur nobili, pur sempre animali. Ma i cavalieri, loro si, bardati per investitura o per buona discendenza, votati a incamminarsi come la luce, che avvia ogni cammino si intraprenda, benché neanche loro conoscessero, ancora, il loro destino.
Tutto questo, il Signore, vide, quel secondo giorno, con occhi benevoli, come a chi sembra che tutto sia sempre stato fatto nel giusto e nel migliore dei modi, per tutti gli uomini, dal creato del creato. E diede loro la sua benedizione.


…segue

Antonio Salis

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