martedì 21 settembre 2010

La leggenda dei 4 pellegrini - 5

La terza mattina, inusualmente, il primo dei 4 pellegrini si presentò al cospetto dei suoi compagni di viaggio insieme ad una donna, velata, a lui vicino.

Inusuale era presentarsi con una donna al fianco, che se anche fosse stata la sua legittima moglie, doveva sempre camminargli a cinque passi dalla tunica. Questi erano i costumi di quei tempi. Più inusuale ancora fu che annunciò che avrebbe raccontato la sua storia, con un canto, e che lo avrebbe cantato la donna stessa. Ma prima che la donna iniziasse a cantare prese il suo libro delle scritture, e vi lesse, come a raccontare la storia della donna.

Era stata presa da lui come schiava, per privarla del suo destino ingiusto, e poi era diventata la sua concubina, come Agar lo fu di Abramo, quando Sarah, che non poteva vere figli, le diede la sua schiava come concubina, perché lui potesse avere una discendenza, come era uso nelle tribù di quei tempi, e nonché avere la garanzia di un successore alla sua gente, e non disperdere quel patrimonio di uomini e di greggi che costituivano la sua sola ricchezza di nomade senza terra. Quando il Signore decise di intervenire a cambiare quei destini, chissà per quale suo imperscrutabile disegno, mandò tre pellegrini ad incrociare le tende di Abramo, ed essi, che erano angeli ma non ancora riconosciuti, come stranieri furono accolti ed ospitati, lavati i piedi, e sfamati e dissetati, e poi seduti sotto il ristoro dell’ombra dell’albero accanto alla tenda, uno di essi chiese ‘Ma dov’è tua moglie, Abramo? ‘ Al che Sarah fu chiamata al cospetto degli ospiti, e lo stesso che l’aveva invocata le disse, quantunque fosse ormai vecchia, “ Avrai un figlio”.

Sarah, come avrebbe fatto qualsiasi donna della sua età, forse anche sentendosi presa in giro per quella gravidanza mai arrivata e chissà quanto voluta, si mise a ridere, come a dire “Vi state burlando di me?” Allora gli stranieri si fecero riconoscere come messaggeri inviati dal Signore e le dissero “Poiché ti sei fatta beffa della parola del Signore, resterai muta, da ora, per tutto il tempo della gravidanza”. E così fu, immediatamente, tanto che la poveretta non poté neanche replicare o giustificarsi che non poteva immaginare che quegli stranieri fossero messaggeri divini mandati a trasmetterle,senza alcuna premonizione, neanche un’annunciazione, quella lieta novella. Tant’è, e Sarah riacquistò la parola non appena sgravò il figlio, che fu chiamato Isacco. Solo che nel frattempo Abramo, dai suoi rapporti con la concubina Agar, schiava di Sarah che le aveva imposto i suoi favori a suo marito , aveva partorito un figlio, a cui fu dato il nome Ismaele, e che era il primo figlio di Abramo. A quel punto non si sa che cosa le prese a questa donna, se gelosia, rivalsa, cupidigia, o semplice crudeltà, tanto fu che obbligò Abramo, in quanto depositaria dell’utero ufficiale della tenda, a cacciare via la schiava con la sua prole, nel deserto, e con appena il giusto necessario di pane e di acqua per sopravviverci pochi giorni; quindi con l’intento che vi morissero. Le scritture qui si fanno gramulose, come la sabbia del deserto, ma un odierno commercialista o mediatore coniugale potrebbe leggere così le intenzioni, o quelle presunte.

Per legge tribale Ismaele era il primo figlio di Abramo, destinatario della benedizione di primogenito ed erede della comunità, della paternità di uomini e cose. Isacco era il secondogenito, e, a piacimento di Ismaele, essere anche relegato a fare il guardiano di capre. Poi, una volta che Abramo fosse morto, Ismaele avrebbe potuto cacciare Sarah e suo figlio, anche solo per sbarazzarsi di un eredità contesa, o per vendicarsi del fatto che sua madre fosse stata data, non si sa quanto a suo piacimento, a giacersi con suo padre. E poi, in ultimo, ma che spesso non è l’ultima delle motivazioni, c’era un gran giro di interessi sul patrimonio di Abramo, di cui, con la primogenitura di Ismaele, Sarah poteva anche non beneficiare un centesimo, e forse anche dover mettersi a lavorare, per campare, alla sua età, e dopo avere fatto un figlio.

Però, come nelle più belle storie, tutto finì bene. Il Signore fu commosso dal fatto che Agar stesse morendo nel deserto con suo figlio, e, benché non avesse mandato un fulmine a Sarah per averle inflitto quella atroce condanna, concesse ai condannati, e questa volta senza angeli o altri intermediari, di trovare una sorgente di acqua, come a volte a un moribondo compare un’oasi nel deserto. Tant’è che si salvarono, madre e figlio. E questa è un’altra imperscrutabile opinione del Signore, poiché da quel figlio di Abramo salvato poi nacquero i musulmani. E a quanto vediamo ancora, quell’eredità non si è ancora risolta. In più ci si mise, nel frattempo, a complicare le cose, un terzo preteso figlio, un certo vagabondo di nome Gesù, che andava predicando strane cose, in quelle terre lasciategli da chissà quale dei due figli.

Quando il primo pellegrino finì di parlare gli altri stavano guardando ognuno nel proprio libro di scritture, come a cercare dei riscontri.Intanto la donna velata aveva cominciato a cantare, ma il suo canto finì presto, perché fu presa da lacrime che non le contenevano il cuore, e allora il primo pellegrino cantò per lei egli stesso.

“Gli antichi si ricordano della sua triste storia,
gli antichi condannati alla loro memoria,
di come fu portata via dalla sua terra
sposata ad un guerriero già perso in una guerra.
Come vagò i deserti, girò tutta la terra
per cercare i resti dell’uomo perso in guerra.

Come trovò l’amore nelle terre lontane
come una brocca trova l’acqua alle fontane.

Lei che fu condannata dagli uomini di allora
a non esser più sposata, a non avere più dimora,
lei, senza pietà, messa a morte sicura
per non aver potuto dare sepoltura.
Ma gli dei che hanno pietà più della legge umana
gli dei la tramutarono in una fontana”

Il primo pellegrino alzò il viso, senza voltarsi alla donna velata, poiché era sua concubina, e non voleva che di questo mostrasse soggezione. Chiudendo tra le mani il libro delle scritture, spiegò queste parole:

Quando intrapresi questo cammino, viaggiai attraverso luoghi diversi, di gente e costumi fino allora a me sconosciuti. Imparai altre parole, nel modo di salutarsi o di scambiarsi il pane, sentii pregare in altri modi e condivisi la preghiera, benché serbai nel cuore e nell’intimo delle notti la preghiera pura del mio cuore, imparata dal mio maestro. Quando giunsi in quel villaggio e lì c’era un grande fermento e una grande trepidazione, chiesi cosa stesse succedendo.” Una donna è stata condannata” mi dissero “e sarà lapidata, prima del tramonto”. Io conoscevo quella parola, per averla letta nelle scritture, ma questo mi faceva tornare alla mente anche un insegnamento del mio maestro ‘chi non ha peccato scagli la pietra’. “E che peccato ha fatto mai questa donna, per una fine così crudele?” chiesi ancora,

“Doveva ricomporre i resti del suo sposo, massacrato e, perché non avesse sepoltura e così non potesse riposare il suo spirito, sparsi nei deserti. Ma lei non ha potuto, e la sua anima ora è legata a lui,e come lui vagherà senza requie. Ma la nostra scrittura vuole che questa anima gli sia resa in frammenti, perché è solo il corpo materiale a garantire che il fatto sia compiuto. Per di più, e questo aggrava, durante quei lunghi anni del suo cercare, essa trovò anche l’amore, forse più per sostegno che per piacere, in quel lungo vagare. Ma per le nostre leggi questo aggrava”.

Il pellegrino sentiva il libro delle scritture bruciargli tra le mani, non poteva più tenerlo in mano, e sentiva ancora di più dentro di sé bruciare quelle parole, sentiva la voce del maestro interpellarlo, come in quegli anni prima, quando era ancora con lui.

“Se anche hai peccato, per trascuratezza o per troppo amore, nessuno si è scagliato contro di te, perché tanti o tutti hanno forse peccato di più. Per quello che a me è concesso hai il mio perdono, visto che è davanti a me che ti hanno condotto. Segui la tua pace”

Il mio cuore saltò come un agnellino perduto a un pascolo . E allora gridai, in quella piazza, forestiero,e forse salvato solo dall’ospitalità dovuta ai forestieri, e magari negata ai tuoi vicini di casa. “Ma questa donna non ha neanche peccato! solo non ha potuto! e chissà quali traversie lo hanno impedito!

E se poi ha amato è perché non le era rimasto altro che l’amore, per vivere.”

“Se tu la vuoi giudicare, come noi stiamo facendo, vieni anche tu a vedere”.

La donna era seduta, legata in modo da non potersi muovere, le pietre, come le stelle o ogni altro maleficio celeste che in quei momenti si presentino potevano cadere su di lei, come su un capretto belante su un rogo sacrificale. Io sapevo di non avere la forza del mio maestro, la potenza della sua voce per riscagliare indietro le pietre, né la convinzione della sua saggezza per indurre gli uomini al loro pensiero. Ma intravidi nei loro sguardi, e anche questa furbizia di volpe guardinga fu una cosa lasciatami dal mio maestro, nei loro sguardi vidi svogliatezza, bramosia di spettacolo, noia godereccia, e qualcuno che vendeva anche olive marcite in olio rancido, per racimolare qualche denaro.E vidi quella voglia di denaro nei loro occhi, ognuno poteva prostituirsi, vendersi o farsi comprare, erano poveri delle voglie che non potevano avere e ognuno invidioso dell’altrettanto povero possedimento altrui. Quando il rappresentante del concilio di villaggio alzò la mano per la prima pietra, mi alzai di scatto anch’io, con la mano altrettanto in alto alzata, e gridai “Quanto vale il peccato di questa donna?” “Perché lo vuoi sapere?” chiese il rappresentante “Perché io tratto peccati, li compro e li vendo, e mi è stato riferito che di questo anche voi fate commercio, per la buona conduttura delle vostre case e e delle vostre famiglie” . Il rappresentante e i dieci, dodici consiglieri si parlottarono qualche minuto, poi il rappresentante disse “La consideri una moglie malfidata o una donna incapace, o peggio una prostituta?” “Fate voi il prezzo più alto, e io quello vi pago” . Mi costò un terzo della carovana. Comprai quel corpo destinato alle pietre, e quel viso senza averlo mai veduto; che mi stavo comprando una vita, non potevo allora neanche immaginarlo. Lei venne da me, per riconoscenza, io non avevo donna, ero già anziano e senza pretenzie, accettai che venisse a me, quasi più io per lei, per sentirla grata.. Poi venne da me con amore. E da allora, ad ora, imparai l’amore.”

Il quarto pellegrino si alzò turbato, lasciò il convivio senza salutare. Era il più giovane dei quattro, benché anche lui ora avanti negli anni, ma il primo pellegrino era il più anziano, era lui, per tutti, la guida del viaggio, quello che lo aveva cominciato, e gli altri unitisi a lui per sua fama di saggezza.

Ora questo racconto riempì il quarto pellegrino di stupore! Se non di altro.
Antonio

sabato 11 settembre 2010

...prossimamente

La manovra della “mafia di S.Magno” contro la “mafia cinese”.
At the Laundry.
"Facciamo finta di non capì il cinese!" disse uno...senza fare nomi.

Antonio

La leggenda dei 4 pellegrini - 4

A un certo momento Alfredo prese Marina sotto braccio, con fermezza, e le disse “Tu ce la fai! ” e la trascinò per quegli ultimi interminabili chilometri: come due pazzi! lui sofferente a una gamba, e lei già ferita nei piedi da giorni. Fu un momento di stupore e di esaltazione per tutti, vederli partire così, in quel modo in cui nessuno di noi, su noi stessi, avrebbe scommesso. Lì mi sono reso conto che Marina, in tutti quei giorni, era stata il nostro punto di forza; vederla arrivare ogni sera, a qualsiasi ora, e sempre con i suoi piedi, trascinati o forzati a camminare da non so quale forza, era come sapere che il cammino, il cammino di tutti, era stato compiuto, sera per sera. Mi venne in mente quella canzone che avevo scritto con Gigi, e solo allora ne scoprii veramente il senso

“La tua debolezza è la tua forza, resisti con pazienza
Dei venti contrari mi servirò per condurti in porto”

L’abbiamo cantata una volta durante la preghiera, ma avrei dovuto cantargliela allora, quando quelle parole erano finalmente decifrate, arrivate alla loro faticosa concretezza. .La sua fragilità ci aveva contagiato, la fragilità di stare in cammino, non sua, perché non era fragile, era una ragazza vigorosa, forte nelle gambe, tenace e caparbia come un cerbiatto che sa che vuole vivere solo sulle sue montagne, ma che per un banale e inatteso presentarsi di impercettibili ma quanto mai dolorose bollicine ai piedi, fu tenuta, quasi per vocazione, non cercata ma avveratasi, a rivelarci a tutti noi la sua fragilità; e con che forza! E quella fragilità era la nostra, era il nostro, in qualsiasi momento, doversi arrendere al camminare, ma lei non si è mai arresa, e quella fu la nostra forza.

Li abbiamo visti arrivare, davanti a noi, sotto la cattedrale, e lei scoppiare a piangere, e Alfredo se la teneva stretta al petto come una figlia appena nata. E' lì che abbiamo sentito che eravamo arrivati tutti insieme, e che eravamo stati sempre, senza averlo mai immaginato, una mandria di mucche in cammino, ‘abbaccà, sotto il bastone leggero di questi due pastori pazienti, Alfredo e Francesco, mandriani con bastoni di sostegno e di profezia. Io, forse per lo stremo della fatica, gli chiesi un miracolo “Butta il bastone per terra in serpe! e poi di nuovo la serpe in bastone! ”

Alfredo mi guardò e mi disse, nel dialetto di Monte San Biagio, (e anche nel suo sguardo c’era quel dialetto), mi disse “..nonn’ è ‘cosa.”
Antonio

martedì 7 settembre 2010

La leggenda dei 4 pellegrini - 3

L’alba nacque come un bambino, e le stelle, scomparendo, lasciarono il letto alla culla della notte, per il levarsi luminoso del giorno. Con grande e repentina maestosità si alzarono di scatto i cavalli, e poi i muli, cercando di imitarli.
Nessuno sembrò essere stato tirato a forza dal suo letto, come un bambino non voluto, nessuno fu rimesso al mondo se non per il suo quotidiano risveglio. Né i servi, né nessun animale, perché tutto era un corpo unito, ogni ingranaggio di ogni carro era l’integra carovana che serviva al viaggio. I pochi e grandi uccelli notturni rimasti sui loro alberi a vegliare il territorio da quell’improvviso assalto di carovana, si sgranchirono le ali, e fecero dei piccoli salti sui loro rami massicci, come a voler significare che di quel risveglio erano anch’essi consapevoli di un mondo, uguali di una stessa specie, anche se di diversi costumi. Ed i suoni che emisero furono solo fra di loro, come a riconoscersi un linguaggio, come a voler capire. Quei pochi che in seguito seguirono la carovana, per curiosità o per piacere, nella foresta, impararono altri modi di stare tra gli altri o di fare l’amore.
E li provarono.
Bisogna dire però, a cronaca del vero, che i muli erano già lì prima, con il loro carico di pesi, come il destino di quegli uomini il cui viaggio non conosce spiegazioni o chiarificazioni, né semplicemente di sapere dove stanno andando e in che modo, e né la direzione o la ragione. E i muli, come sovente accade, con occhi accecati su muri di calce viva, tenuti lì legati alla pioggia o a sole, come al muro di una cella in attesa di una sentenza, a scuotere orecchi e calci e code, incompassionabili ai pochi che passando vi prestano attenzione, dopo essere tornati da infinite volte nelle piazze dei paesi, a quell’ora sempre deserti, come un carosello di giostre a rottamare ,ad occhi bassi, portandosi sulle groppe tutto il peso dei tramonti, e di altrettanto infiniti ritorni da monti misteriosi, per loro sempre rimasti indecifrabili e muti, i muli erano già, ancora prima della prima luce in piazza. I loro passi sono stati ferite non dette, non pronunciate, perché la loro lingua non era comprensibile, né suono melodioso da potersi ripetere. Mentre i cavalli, come già detto, erano nel pieno impeto del mattino, svegliati a forza per le criniere, aizzati a mordere il freno e a scalpitare e a mostrarsi fieri e di essere loro quelle cavalcature dei cavalieri, e benchè sempre animali e rispetto agli uomini sempre sottomessi, ma animali nobili, il che a volte fa sembrare certa specie di uomini, anch’essi sottomessi e ruffiani, una specie a loro uguale e, se pur nobili, pur sempre animali. Ma i cavalieri, loro si, bardati per investitura o per buona discendenza, votati a incamminarsi come la luce, che avvia ogni cammino si intraprenda, benché neanche loro conoscessero, ancora, il loro destino.
Tutto questo, il Signore, vide, quel secondo giorno, con occhi benevoli, come a chi sembra che tutto sia sempre stato fatto nel giusto e nel migliore dei modi, per tutti gli uomini, dal creato del creato. E diede loro la sua benedizione.


…segue

Antonio Salis

SANTIAGO: il cammino della vita

Alla partenza 29 folli carichi e preoccupati x i loro zaini...
all'arrivo 29 pellegrini carichi x la vita!!!

Il 2 agosto in 29... il 3 in 27... il 4 agosto in 28... ogni giorno un nuovo numero per un nuovo incontro fatto!!!
Questo è Santiago!!! Un percorso ben tracciato che si incide nel cuore!!!
Una strada sempre indicata da conchiglie e frecce gialle... così precisa da poter essere percorsa a tutte le velocità e con tutti i mezzi: piedi, bici, cavalli, passeggini...
Se sei stanco sosti... se seI carico pedali ancora...
se hai i crampi riposi in un ostello... se sei da solo fai nuove amicizie...
se sei in gruppo ti fai forza sugli altri ... e conosci degli altri tedeschi, francesi, spagnoli... con i quali non parli la stessa lingua, ma con i quali t'intendi perfettamente...
Mille motivazioni e situazioni diverse... tutte sulla stessa strada...
chi bianco come un cinese, si copre a tal punto che sembra un bandito
chi lotta per lavare ed asciugare i suoi panni ormai sporchi di sabbia e sudore...
chi dorme in uno spogliatoio... chi sotto le stelle...
chi ha i piedi feriti, ma il cuore in festa...
e chi con le lacrime agli occhi arriva alla meta.
Chi non cede mai e dall'ultimo posto, rimonta a capo del gruppo...
chi indica il passo da tenere, così come si fa con le bestie " accabè! "
chi ti da un pò d'acqua e chi ti cammina accanto in silenzio rispettando la tua fatica.
Chi meglio equipaggiato arriva sempre mezz'ora prima di te
e si prende sempre il posto migliore per trascorrere la notte...
chi ti presta il materassino tutte le notti... e chi te lo fa pagare 3 euro stando attaccati come sardine.
... e all'arrivo ci si ritrova con tutti... c'è chi abbraccia Giacomino ... chi si libera di un peso..
chi si alleggerisce dai suoi peccati... e chi piange per essere riuscito a mantenere la sua promessa...
e chi... si prepara a proseguire la strada appena scoperta... con uno stile diverso...
ma soprattutto con un carico diverso... fatto di emozioni, gratitudine, stupore... e tanta tanta leggerezza!

Ecco cos'è Santiago per me...
il cammino che faccio tutti i giorni ormai...
portando incisi nella mente e nel cuore... persone, episodi ed esperienze di quei giorni...
dei quali ringrazio Dio e voi!!!
Marina

sabato 4 settembre 2010

La leggenda dei 4 pellegrini – 2

Quella prima notte che i quattro pellegrini si erano ricongiunti, il più giovane dei quattro ebbe un sogno: un angelo, o forse un animale che aveva il dono di parlare, gli disse queste parole: “Non ricorderai il suono di questa musica che sto per cantare, perché il suono non appartiene all’udito di questo mondo, ma inciderò le parole nel tuo cuore, perché le sentirai lungo il cammino e ricorderai da dove provengono, fino a che tu stesso troverai il canto e comincerai a cantare”


Il canto del pellegrino

Ti chiamerò riparatore di brecce,
restauratore di case in rovina,
per abitarvi, per rifare il nido
così che il cielo sia un po’ più vicino;

per quell’acqua portata a fatica
per l’impasto di paglia e di argilla,
per quel nido nel vento, per quel bilico fragile,
per quel gioco nel fuoco di stella e scintilla.

Ti chiamerò camminatore di pace
per i tuoi piedi che scendono i dirupi,
cantando fin nelle gole dei lupi,
fin nei rifugi di ogni cuore rapace.

Ti chiamerò bracconiere di luci
per ogni mendico passo trovato,
per ogni freccia scagliata, ogni traccia che lasci
a seguire a ponente il cammino tracciato.

Ti chiamerò mio Signore spogliato
dispensatore di carezze ed aromi,
per i miei piedi a un ovile accasciato,
per un gregge che bela milioni di nomi.

Per le guglie scagliate nel cielo
montagna di cattedrale infinita,
così che da ogni valle ogni uomo la veda
cielo di lacrime di ogni salita.”

…segue
Antonio